Oblivion - I Promessi Sposi in 10 minuti

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I Promessi Sposi in 10 minuti

2[chorus]
Sul ramo del lago di Como inizia quel tomo
che ti devasta con i suoi trentotto capitoli.
Nel primo, si legge di un uomo che arriva pian piano:
è don Abbondio che, un po’ circospetto, ritorna in città.
 
3[bravi]
Bravi! Bravi! Non te l’aspettavi!
 
[don Abbondio]
Bravi.
 
[bravi]
Dove te ne andavi?
Siamo i bravi, ma siamo cattivi.
Fatti pure il segno della croce, tanto sei da solo qui.
Leggi bene questa nota che si trova nella busta
a proposito di un certo matrimonio che non s’ha da far,
fra Mondella e Tramaglin.
È un intrigo di Rodrigo;
prova a immaginare, se li sposi, quante cose ti può far.
Pensaci tu a parlar con Gesù.
 
4[don Abbondio]
Perpetua, son disperato, ragazza mia.
Fa’ che mi sdrai, ché c’ho un attimo di aritmia.
Perpetua, c’è un pazzo criminale che, ahimè, ce l’ha con me.
Ma tu (sh!) non sai, o domani saranno guai,
per me, per te, per noi.
 
5[Perpetua]
Sai che cosa penso?
Che il povero Renzo domani arriverà;
le nozze chiederà lo stesso.
 
[don Abbondio]
Non glielo consento.
C’è ancora del tempo,
domani a mezzogiorno arriverà.
 
[Perpetua]
Eh… È già passato un giorno, ormai è qua.
 
6[Renzo]
La domenica mattina mi presento dal curato.
La Perpetua ho salutato e sono qua,
con le borse della spesa, su mandato della sposa,
per sapere a quale ora si va in chiesa.
 
[don Abbondio]
Porta pazienza, e sii cortese,
e a fine mese ne saprai di più.
 
7[Renzo]
Io, don Abbondio, Santo Dio!,
furibondo che non sono altro.
 
[Perpetua]
Lui non c’entra, io lo so.
 
[don Abbondio]
Don Rodrigo me l’ha imposto, addio.
 
8[Renzo]
Lucia! Lucia!
L’accolito sposar non ci fa.
Lucia! Lucia!
 
9[Lucia]
Renzo, ho un bisogno così di svelarti un tabù:
mi dirigevo stamani attraverso Cantù,
poi d’improvviso vedevo spuntar don Rodrigo,
che incominciava a gridare:
 
[don Rodrigo]
Yo a tí te castigo!
 
[Lucia]
Volgare!
 
[don Rodrigo]
Oh oh…
 
[Agnese]
Maiale!
 
[don Rodrigo]
Oink oink oink oink…
 
10[Lucia]
Uscire tutta sola mi dà tanti pensieri.
 
[Agnese]
L’inferno cittadino, con tutti ’sti stranieri.
 
[Lucia]
Agnese, dolce Agnese, dammi un po’ di cioccolata.
Se solo ci ripenso, mi sento un po’ emaciata.
 
11[coro]
Eccoci giunti al capitolo terzo; capitolo che tagliamo,
perché tutta la storia dell’Azzecca-garbugli è lunga e non serve a un granché.
Provano i bravi a rapire Lucia, ma lei in casa non c’è:
sono dal prete a sposarsi a sorpresa, ma invan.
 
[Renzo]
Lucia, non perderti d’animo. Lucia, non perderti d’animo.
 
[coro]
Lucia, non perderti d’animo. Ah.
 
12[Renzo]
Lucia, a San Siro sarò stasera.
Fuggite a Monza, ché la monaca lo sa.
È il posto giusto, con quella nebbia,
ti ci nascondi e ci ritroveremo là.
 
[coro]
Scrive Manzoni, per i secchioni,
che i sovversivi dan l’assalto al viceré.
Renzo si esalta nella rivolta;
chi se ne frega, c’è una che prega, ma lei chi è?
 
13[monaca di Monza]
Sono la monaca, ma non son suora, perché
mi piace fare l’amore come nessuno lo fa:
nella canonica.
 
3[bravi]
Bravi! Bravi! Non te l’aspettavi!
 
[Lucia]
Bravi.
 
[bravi]
Siamo gl’altri bravi, siamo i bravi ancora più cattivi.
Fatti pure il segno della croce, tanto sei da sola qui.
Ci mandò l’innominato, che ci ha chiesto di rapirti
e lasciarti chiusa in gabbia, ché così nessuno può sentir,
proprio come un uccellin, nel castello, nel castello.
 
[Lucia]
State un po’ a sentire quale voto alla Madonna sto per far:
non la do più se mi salva Gesù.
 
14[Lucia]
Che cosa c’è?
 
[innominato]
C’è che io son l’innominato col tè.
C’è ch’ero uno prepotente, che ha offeso tanta gente,
ma il cuore mio si pente se ci sei tu.
 
15[cardinale Borromeo]
Fra gl’arcivescovi di Roma rappresento il top,
e a Milano è un pezzo che ce sto.
Persin l’innominato me lo son cambiato.
Son Borromeo, er mejo der giubileo.
 
16[coro]
Ma aggiungi peste a favola
e a don Rodrigo, in più, gli spunta un po’ una pustola,
ed arriviamo al clou.
 
17[coro]
E fra le muffe, i bubboni e i pidocchi,
e quattro fanti così lanzichenecchi,
al lazzaretto vicino a Cantù,
s’incontrano tutti laggiù.
 
18[don Rodrigo]
Da una lacrima sul Griso, ho capito che c’ho un mese.
 
19[Renzo]
Caro amico, ti schivo, se no ti contraggo un po’.
E siccome sei molto malsano, alfin ti perdonerò.
 
[Lucia]
Renzo!
 
[Renzo]
Lucia!
 
20[Lucia]
Ho fatto un voto di castità permanente,
però purtroppo ho già cambiato idea,
ma non posso farci niente.
 
21[Lucia]
Vorrei incontrare fra Cristoforo.
 
[fra Cristoforo]
Sono quaggiù dietro al semaforo.
Il voto sciolgo volentieri, grazie ai miei superpoteri:
è la fede e i suoi misteri.
 
22[coro]
Ma stavolta la peste è finita, va giù il carovita,
e quel guastafeste di don Abbondio li sposa lo stesso.
Ma in fatto di sesso, chi vivrà, vedrà.
 
10 minuti!
 
  • 1. Questa è una parodia del romanzo I Promessi Sposi, che usa la tecnica del centone: vari spezzoni di canzoni sono uniti tra loro, con il testo storpiato o adattato alla bisogna, per ottenere un tutt’uno coerente e comico.
    ***
    Per chi non è italiano, o ha avuto la (s)fortuna di non leggerli a scuola:
    I Promessi Sposi è un romanzo italiano scritto nel 1827 e poi nel 1840-1842 da Alessandro Manzoni (anche se una versione precedente, Fermo e Lucia, era stata completata nel 1823). È un’importante testimonianza storica, ma soprattutto è uno dei primi (e di certo quello di maggior successo) romanzi scritti in italiano. Dante è il padre della poesia italiana, con il suo poema "Comedìa" ("La Divina Commedia"), e Manzoni è il padre della prosa italiana.
    Per questo motivo, nella maggior parte delle scuole superiori si studiano "I Promessi Sposi" per due anni e poi "La Divina Commedia" per tre. Inutile dirlo, questo li rende le due opere letterarie italiane più odiate di sempre.
    Il libro, che si apre con la famosa frase "Quel ramo del lago di Como […]", è una finta storia vera: l’autore lo ambienta in un periodo storico reale, con alcuni eventi politici reali, e finge anche di aver trovato un manoscritto della storia, che ha tradotto in un italiano più moderno e ha pubblicato; comunque, questo è solo un artificio letterario.
    La storia è ambientata a Lecco, sul lago di Como, in Lombardia, e ha per protagonisti Lorenzo "Renzo" Tramaglino e Lucia Mondella, due giovani popolani che stanno per sposarsi. Ma un influente signorotto del paese, don Rodrigo, si mette in mezzo. Come suggerisce il suo nome, è di origini spagnole; all’epoca, il nord Italia era sotto il dominio spagnolo (la storia ha luogo nel 1628-1630).
    don è una forma di rispetto che viene dal latino dominus (signore, padrone), e venne usata per aristocratici e memberi del clero. Oggi, viene usata solo per memberi del clero e boss mafiosi.
    Don Rodrigo vuole impedire le nozze tra Renzo e Lucia, perciò invia i suoi sgherri a minacciare il parroco don Abbondio, per far sì che ritardi il matrimonio il più possibile. Gli sgherri di don Rodrigo sono chiamati bravi, dallo spagnolo bravo (feroce, coraggioso, arrogante). La parola ha poi mutato di significato vero un positivo "coraggioso", poi "abile", poi "buono". Ora usiamo "bravaccio" per l’antico tipo di bravo, e "bravata" per un’azione sconsiderata fatta per mettersi in mostra.
    Don Abbondio è un codardo, che è entrato nella Chiesa solo per convenienza, quindi decide di ritardare le nozze piuttosto che affrontare il potente don Rodrigo.
    Perpetua è la governante di don Abbondio. È il suo nome proprio, ma dopo la pubblicazione del libro perpetua è diventato il nome comune per riferirsi a tutte le governanti dei parroci.
    Quando Renzo va da don Abbondio per sapere a che ora gli faccia comodo celebrare il matrimonio, don Abbondio adduce delle scuse per rinviarlo, ma Renzo s’infuria e lo minaccia, finché don Abbondio confessa che è stato don Rodrigo a voler impedire il matrimonio.
    Renzo, avendo scoperto che don Rodrigo vuole impedire il suo matrimonio, va a casa di Lucia per dirglielo. Qui, incontra Lucia e sua madre Agnese, e spiega la situazione.
    Lucia confessa che don Rodrigo l’ha molestata verbalmente, e si viene a sapere che è un donnaiolo, e ha scommesso con suo cugino (il conte Attilio) che riuscirà a portarsi a letto Lucia entro una certa data, ed è per questo che ostacola il loro matrimonio. Lucia è ancora spaventata e sconvolta dall’incontro con don Rodrigo.
    Cantù è un paese vicino a Milano, ma non in realtà non fa parte della storia.
    Decidono di chiedere un parere all’Azzecca-garbugli, una specie di avvocato. "Azzecca-garbugli" è il soprannome dell’avvocato, e significa qualcosa del tipo "una persona che aggiusta situazioni intricate" (da "azzeccare" {fare in modo corretto, indovinare} e "ingarbugliare" {complicare, rendere contorto}). Non appena si avvede che Renzo non è un criminale che cerca di sfuggire alla giustizia, e che don Rodrigo è coinvolto, si rifiuta di aiutare Renzo.
    Dopo alcuni altri tentativi falliti, Renzo e Lucia cercano di sposarsi prendendo don Abbondio di sorpresa: vanno a casa sua per costringerlo, ma lui si rifiuta di sposarli. Nel frattempo, alcuni bravi vanno a casa di Lucia per rapirla, su ordine di don Rodrigo, ma lei non c’è, dato che è con Renzo.
    Quando vengono a sapere del tentato rapimento, Lucia si spaventa molto.
    Con l’aiuto del buon fra Cristoforo, decidono che Lucia scapperà a Monza (una città tra Lecco e Milano) e si nasconderà in un convento, dove vive la "monaca di Monza".
    La monaca di Monza, il cui vero nome è Gertrude, è la figlia di un principe, feudatario di Monza, e venne costretta dalla sua famiglia a diventare una suora.
    Per via del suo casato, ha un grande potere sul monastero e può quindi aiutare Lucia.
    La monaca di Monza fu un personaggio storico reale che visse nella prima metà del XVII secolo. Costretta a diventare una suora dal padre (proprio come Gertrude), fu coinvolta in uno scandalo sessuale, perché ebbe una relazione con un uomo per 10 anni, ed ebbe due figli. Fu condannata da un tribunale ecclesiastico a passare 21 anni murata viva in una piccola stanza.
    Anche Gertrude ebbe un amante, chiamato Egidio.
    Una volta che Lucia è al sicuro a Monza, Renzo va a Milano, a rifugiarsi in un altro monstero.
    San Siro è un quartiere di Milano (anche se non è menzionato nel libro). Milano è una città notoriamente nebbiosa (perlomeno, lo era fino a qualche decennio fa).
    Quando Renzo arriva a Milano, imperversa una rivolta, dovuta alla carestia. La folla fa razzia nei forni del pane, e poi assedia la casa del viceré. In realtà, era la casa del "vicario di provvisione", il responsabile di ciò che riguarda il cibo e l’agricoltura.
    Spinto dalla curiosità, Renzo segue la massa, e (ancora con la sua ingenuità campagnola) aiuta a mantenere l’ordine in città e a evitare il linciaggio del viceré, ma in più arringa la folla per convincerla che la ribellione dovrebbe essere estesa e, pacificamente, richiedere giustizia contro ogni tirannia. Riesce a evitare di essere mandato in prigione per un pelo, e fugge a Bergamo, che allora era parte della Repubblica di Venezia, da suo cugino Bortolo.
    Nel frattempo, don Rodrigo viene a sapere dove si nasconde Lucia, e chiede aiuto all’ "innominato", un uomo potente che mantiene la sua giustizia privata, a volte in bene e il più delle volte in male, un uomo senza coscienza e senza obblighi di fronte alla legge. Quasi sicuramente, l’innominato fu ispirato a una persona reale, un antenato di Manzoni stesso: Francesco Bernardino Visconti.
    Con la complicità della monaca di Monza e di Egidio, i bravi dell’innominato rapiscono Lucia e la portano al castello dell’innominato.
    Lucia è così spaventata che fa appello alla Vergine Maria, facendo voto di rimanere per sempre casta se l’aiuterà a uscire da quella terribile situazione.
    Ma un cambiamento straordinario avviene nel comportamento dell’innominato, in parte a causa di un’inconfessata crisi spirituale e in parte per la vista della povera e innocente Lucia.
    Si pente sinceramente e vuole aiutare Lucia, e incontra Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano, che era nelle terre circostanti per una visita pastorale, per chiedergli consiglio.
    Federigo Borromeo è un personaggio storico, lodato nel romanzo per la sua santità: era ricco e nobile, ma visse una vita retta, donando soldi ai poveri, aiutando i bisognosi, essendo un esempio di condotta morale, promuovendo la cultura e la conoscenza.
    L’innominato è così colpito da questo incontro che si converte e decide di redimersi. Libera Lucia, che torna a casa.
    Anche il vero Visconti divenne un criminale, e si convertì nel 1615, dopo un incontro con Borromeo, durante le sua visita pastorale.
    Ora la storia di Renzo e Lucia si ferma per quasi due anni, fino al 1630.
    Nel frattempo, il romanzo descrive due importanti eventi storico di quegli anni, che influenzano anche la storia.
    Questi sono la guerra per la successione di Mantova, in Lombardia, e la peste portata da essa.
    La guerra per la successione di Mantova e della regione del Monferrato ebbero il Sacro Romano Impero, la Spagna e la Savoia da una parte, e la Francia, la Repubblica di Venezia e il Papa dall’altro. Enorme distruzione fu portata nei pressi di Milano (e di Lecco) dagli eserciti che marciavano verso Mantova, soprattutto dai lanzichenecchi, mercenari tedeschi.
    La carestia di quegli anni, la distruzione causata dall’esercito e i primi casi di peste (portata dai lanzichenecchi) sfociarono in una vasta epidemia di peste, che uccise fino a tre quarti della popolazione.
    Essa fu anche il prodotto dell’ignoranza, dato che la maggior parte della gente era convinta che la malattia fosse diffusa da persone malvagie tramite un "unguento" che spargevano nelle strade e spalmavano sui muri delle case; queste fantomatiche persone erano dette "untori", e varie persone furono uccise per il mero sospetto che fossero untori.
    Durante questi eventi, Renzo è ancora al sicuro a Bergamo, e Lucia è al sicuro a Milano, a casa di una famiglia di nobili che volevano proteggerla da don Rodrigo, dopo che era stata liberata dall’innominato; anche Agnese, insieme a Perpetua e don Abbondio, riesce a scampare all’invasione, anche se Perpetuea muore poi per la peste.
    Nemmeno don Rodrigo è fortunato: contrae la peste. Viene tradito dal suo bravo più fidato, soprannominato "il Griso", che in realtà non sparge nemmeno una lacrima; invece, saccheggia la casa di don Rodrigo mentre questi viene portato via dai monatti (persone che trasportavano malati e cadaveri dalle loro case al lazzaretto).
    Dato che dopo la guerra e la peste la giustizia non è più in cerca di Renzo, egli torna da Bergamo e va a Milano a cercare Lucia. Arriva al lazzaretto appena fuori Porta Orientale (che in realtà non è vicino a Cantù). Può entrarci senza rischi, dato che è già sopravvissuto alla peste, e ora è immune.
    Qui, trova don Rodrigo nello stadio terminale della malattia, e lo perdona e prega per lui.
    Trova anche Lucia, anch’essa sopravvissuta alla peste; lei vuole davvero diventare sua moglie, ma non romperebbe mai il proprio voto. Fortunatamente, fra Cristoforo è in quello stesso lazzaretto a prendersi cura dei malati, e scioglie il voto, prima di morire di peste.
    Renzo e Lucia tornano al loro paese vicino a Lecco, e anche Agnese si unisce a loro. Don Abbondio non vuole ancora sposarli, finché non viene a sapere che don Rodrigo è morto.
    Una volta sposati, vanno a Bergamo a iniziare una nuova vita felice. Hanno dei figli, ma poiché il romanzo è tutto incentrato sulla provvidenza e sulle virtù cristiane, non fa assolutamente alcun cenno riguardo al sesso.
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DarkJoshuaDarkJoshua tarafından Çarş, 17/01/2018 - 12:38 tarihinde eklendi
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